C’è una costrizione alla comunicazione; dal suo universo non si può uscire, finanche le rotture prodotte nel suo ambito ricadono all’interno della stessa comunicazione. Uno scrittore, un artista, che dopo le avventure del Novecento, dopo tutte le provocazioni e le eversioni linguistiche, non l’avesse compreso e volesse essere uno scrittore o un artista “appartato”, oppure il grande autore che dell’universo della comunicazione se ne infischia per tenere dietro solo all’opera sua, non è un intellettuale. Ecco un paradosso dei nostri tempi: nel momento in cui viene sempre più in chiaro, anche con la potenza di Internet, che la comunicazione è il mondo sociale nella sua essenza, sbiadisce la funzione disorganica dell’intellettuale proprio nella sua essenziale dimensione comunicativa. Le ragioni di fondo del paradosso risiedono nel dissolversi dei gruppi intellettuali affogati nel mare di una comunicazione onnipervasiva e acefala, conformisticamente ridotti e resi ricattabili dalla precarizzazione del lavoro intellettuale, quando non dalla disoccupazione vera e propria. Ma per quanto riguarda i pochi privilegiati garantiti (forti cioè di un regolare stipendio, di un patrimonio personale, o dei proventi ricavati dalle loro pubblicazioni), si può chiamare in causa l’opportunismo, la mancanza di tenuta morale, un deficit di sensibilità politica nell’offrirsi.