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Durante l’anno mi attirano, mi piacciono, non mi piacciono, mi annoiano o mi entusiasmano libri molto diversi, non tutti di narrativa: libri di storia, di divulgazione scientifica, di musica o semplici pettegolezzi biografici. Ma basta che arrivi l’estate e la promiscuità delle mie letture cede il passo al nutrimento del romanzo: il romanzo lungo e complicato, il romanzo che ci obbliga a vivere dentro le sue pagine, il romanzo che è come una casa di grandi stanze appartate e come un viaggio, come una di quelle traversate antiche che duravano settimane, come i viaggi definitivi di cui parlano proprio alcuni di questi romanzi: Passaggio in India di E.M. Forster, il viaggio del Pequod, i sette anni di ritiro del giovane Hans Castorp nella Montagna incantata, l’eterno viaggio in treno in Siberia durante il caos dei primi tempi della rivoluzione che è la spina dorsale del Dottor Živago, quello dello sfortunato Lord Jim ai limiti dell’infamia e della redenzione. … Il caldo e i romanzi. L’ozio e i romanzi. La lettura dei romanzi come espressione perfetta dell’ozio. Letteratura d’evasione di prima scelta. In un modo o nell’altro in estate il tempo rallenta e, anche se dobbiamo lavorare, gli obblighi sembrano meno pressanti. In questo stato d’animo, il grande romanzo esprime il suo fascino più seducente e solo attraverso la seduzione la letteratura esercita il suo effetto: ci offre la possibilità di abitare temporaneamente, come per ipotesi, in un mondo parallelo a quello della realtà quotidiana, di sperimentare attraverso quel mondo altre vite che sono diverse dalle nostre, ma che nella loro peculiare estraneità ci diventano familiari. È un esercizio intellettuale molto sofisticato, eppure è alla portata di tutti, ed è così tipico della nostra condizione che i maggiori esperti del campo sono i bambini, sempre pronti a giocare a qualcosa senza risparmiarsi o a essere qualcuno con tutta la convinzione possibile, sapendo allo stesso tempo che si tratta di un gioco. Sappiamo che Jay Gatsby o Juri Živago o il Jim di Conrad non esistono e non sono mai esistiti, e allo stesso tempo proviamo un immenso dolore nel leggere della loro morte. Oggi si dice che i lettori hanno un’attenzione molto limitata e frammentaria: i romanzi sono la sfida e la ricompensa di un’attenzione che si mantiene viva nel tempo, di un piacere che è più profondo proprio perché non si esaurisce in una fruizione istantanea. E per l’altra epidemia contemporanea, l’ipertrofia dell’io, i romanzi offrono il magnifico rimedio dell’immersione in altre vite, e quindi un sollievo temporaneo dall’ossessione per noi stessi, per la registrazione di ogni nostra minima inappetenza o rifiuto, di ognuno dei “mi piace” o “non mi piace” che sembra obbligatorio annunciare in pubblico in ogni momento. … I romanzi chiedono tempo e lo restituiscono ricolmo: in poche ore di lettura il tempo si dilata abbracciando anni, vite intere. Chiedono anche solitudine e la restituiscono rafforzata e abitata.